domenica 8 novembre 2009

REAGAN E LA CONQUISTA DI BERLINO


Mio pezzo su Libero di oggi.

Quella che segue è una versione leggermente più ampia (quella originale, non sacrificata dalle dimensioni del cartaceo che pure la redazione ha generosamente forzato). La regalo ai lettori di JEFFERSON:

«I testicoli dell’Occidente»: così Nikita Krushev definì Berlino nel 1956. Nel senso che, si vantò, «ogni volta che voglio far urlare l’Occidente, gli do una strizzatina». Era vero, e lo fu fino al 12 giugno del 1987, quando Ronald Reagan tenne un comizio davanti alla Porta di Brandeburgo.
L’autore di quello storico discorso fu uno speechwriter appena trentenne: Peter Robinson, un neolaureato e neoassunto alla Casa Bianca, che si era fatto le ossa alla National Review, la prestigiosa rivista conservatrice diretta da William E. Buckley. Nell’aprile 1987, Robinson si aggregò alla missione dei Servizi Segreti addetta a preparare l’imminente viaggio del presidente in Europa.
Ne approfittò per parlare con la gente, per carpire il sentire comune. Incontrò anche John Kornblum, il più alto funzionario americano a Berlino; il quale gli consigliò di tenersi alla larga dall’argomento del Muro. Robinson era determinato a fare l’esatto contrario.
Tornato a Washington, buttò giù la prima bozza del discorso, che conteneva questo passaggio: «Segretario Generale Gorbaciov, se davvero vuole la pace, venga a Berlino. Se davvero vuole il benessere dell’Unione Sovietica e dell’Europa orientale, venga a Berlino. Venga qui davanti a questo muro. Herr Gorbaciov, machen Sie dieses Tor auf». La frase finale in tedesco sarebbe stata poi sostituita con la traduzione, «apra questo cancello»; quella più celebre sull’abbattimento del Muro sarebbe stata aggiunta in una versione di poco successiva. In quel passaggio il giovane Robinson aveva colto l’essenza della politica estera reaganiana, basata sulla ottimistica ed ostinata convinzione che la Guerra Fredda non fosse destinata a durare in eterno, e che spettasse agli Usa chiudere quel capitolo a modo loro.

Nel preparare la sua candidatura alle primarie presidenziali repubblicane del 1979, l’allora ex governatore della California aveva spiegato ai suoi consulenti che la sua visione della gestione del rapporto con i sovietici era "semplice, qualcuno direbbe semplicistica: noi vinciamo e loro perdono".
Bisognava però vincere senza guerreggiare. Negli anni Cinquanta si era passati dalla bomba a fissione a quella a fusione, la cui potenza (sperimentata dagli americani con l’annientamento dell’atollo di Bikini nel marzo del ’54) era settecentocinquanta volte superiore a quella dell’ordigno sganciato su Hiroshima. E questo aveva sgombrato il campo da qualsiasi ipotesi di guerra “calda” che potesse concludersi con qualcosa che non fosse la “fine di mondo” del Dottor Stranamore.
Reagan durante il suo primo mandato agì da falco. Raddoppiò il budget del Pentagono costringendo il Cremlino ad una rincorsa economicamente e tecnologicamente insostenibile. Soprattutto, si mostrò intenzionato a por fine all’“equilibrio del terrore”, la garanzia reciproca di non belligeranza fondata sul deterrente dell’olocausto nucleare. Un paradosso che Reagan aveva sbeffeggiato con la metafora di due pistoleri «uno di fronte all’altro in un saloon, che si puntano reciprocamente la pistola alla testa... per sempre». La sua risposta fu lo “scudo stellare”. Una volta chiarito chi fra i due contendenti stava giocando in attacco, Reagan iniziò a negoziare. Nel vertice di Reykjavik, nell’ottobre 1986, Gorbaciov aveva chiesto che gli Usa abbandonassero qualunque sviluppo dello “scudo stellare” non limitato alla ricerca di laboratorio. Reagan aveva invece proposto di negoziare un taglio dei missili a gittata intermedia. Nessuno dei due si era schiodato dalle rispettive posizioni e il summit si era concluso con un nulla di fatto. Ma ci erano andati vicini. Si sarebbero dovuti incontrare per la terza volta a Washington a dicembre.

Nel giugno 1987 il presidente avrebbe fatto il suo ultimo viaggio ufficiale in Europa. L’ultima tappa era Berlino. Gorbaciov, che quell’anno aveva pubblicato il libro Perestroika e stava rubando all’anziano presidente americano la parte in commedia di “uomo del cambiamento”, non era tipo da dare “strizzate” in stile krushioviano; ma nemmeno da Reagan si attendevano gesti particolarmente aggressivi. Reagan comprese, invece, che in quel momento l’esigenza principale era quella di mostrare che il Mondo Libero aveva ancora un leader ben intenzionato a vincere, capace all’occorrenza di tirare fuori la sua grinta da cowboy.
E infatti, appena lesse la bozza del discorso di Robinson, gli piacque. Non piacque invece nemmeno un po’ al Dipartimento di Stato, il quale condusse una campagna intensiva per boicottarlo; poi, quando fu chiaro che Reagan voleva “quel” discorso, i funzionari del National Security Council tentarono una “revisione” finale che cancellava l’intero paragrafo sull’abbattimento del muro. Ma l’ultima parola spettava al presidente, che decise di ripristinare quel passaggio: «C’è un solo gesto che i sovietici possono fare che sarebbe inequivocabile, che farebbe avanzare drammaticamente la causa della libertà e della pace. Segretario Generale Gorbaciov, se davvero vuole la pace… apra questo cancello! Mr. Gorbaciov... Mr Gorbaciov…Tiri giù questo muro».

«La reazione di Mosca fu inaspettatamente blanda», ha scritto John Lewis Gaddis, autorevole storico della Guerra Fredda. “Malgrado la sfida al simbolo più vistoso dell'autorità sovietica in Europa, la programmazione per il vertice di Washington proseguì regolarmente”. A dicembre, Reagan e Gorbaciov firmarono un trattato che prevedeva lo smantellamento dei missili nucleari a gittata intermedia in Europa. Il discorso di Berlino parve essere stato più che altro inoffensivo. Ma quando di lì a due anni il Muro crollò, le immagini di quel proclama di Reagan vennero mandate in onda a ripetizione.

Due saggi appena usciti , The Rebellion of Ronald Reagan – a History of the End of the Cold War”, del corrispondente del Los Angeles Times James Mann (lo stesso che cinque anni fa si fece notare con “The rise of the Vulcans”, una monografia sull’entourage di George W. Bush), e “Tear Down This Wall: A City, a President, and the Speech that Ended the Cold War”, del redattore di TIME Romesh Ratnesar (intervistato nel video qui sopra), ricostruiscono accuratamente quell'evento. In particolare il primo, quello di James Mann, racconta di come Reagan si ribellò alla realpolitik del Dipartimento di Stato, del National Security Council e di certi ambienti conservatori.

Ma in realtà la sua ribellione si rivolgeva all’intero establishment occidentale. A settembre, il Times ha pescato tra i documenti sovietici desecretati dopo la fine della Guerra Fredda la trascrizione di un incontro riservato tra Margaret Thatcher e Michail Gorbaciov il 23 settembre del 1989 .
Stando alla carta, la lady di ferro a Gorbaciov che l’Occidente non voleva che il Muro crollasse: «La riunificazione della Germania non è nell’interesse della Gran Bretagna, né dell’Europa Occidentale. Potrebbe sembrare il contrario dalle dichiarazioni pubbliche, o dai comunicati che vengono diramati nei vertici della Nato; ma non è il caso di prendere sul serio quelle affermazioni. In realtà noi non vogliamo un Germania unita. Ci porterebbe a modificare i confini del dopoguerra, e noi non ce lo possiamo permettere, perché minerebbe la stabilità dell’intero scenario internazionale mettendo a repentaglio la nostra sicurezza».

Ventidue anni dopo Barack Obama, benché invitato, non sarà a Berlino per prendere parte alle celebrazioni per il ventennale della caduta del Muro. Pare sia troppo impegnato nei preparativi del suo viaggio in Cina, il nuovo antagonista da “contenere”.

PS - Day-After Update: Sul Wall Street Journal di oggi, Tony Dolan, l'allora capo di Robinson, ricorda alcuni succulenti dettagli di quella "lotta all'ultimo sangue per mantenere nel testo del discorso quelle quattro semplici parole: tiri-giù-quel-muro".

martedì 27 ottobre 2009

LA GUERRA DEI DRONI

Mio pezzo su L'Occidentale di oggi:

“Top Gun”: chi è stato giovane negli anni Ottanta ricorda inevitabilmente con un certo affetto quel puerile ma irresistibile cult-movie, in cui Tony Scott romanzava come in un fumetto le spericolate gesta dei piloti militari della californiana United States Navy Fighter Weapons School (meglio nota come Top Gun, per l’appunto). Quella scuola è realmente esistita: era il più importante dei Replacement Air Group, i centri di perfezionamento creati dal Pentagono nei primi anni Settanta, alla luce delle disavventure del Vietnam, in cui i piloti più esperti addestravano i novellini.

Oggi quel film, che nel 1986 fece la fortuna di Tom Cruise, si avvia a divenire una sorta di documento di un’era passata. La base “Top Gun”, che negli anni Novanta è stata trasferita dalla California nel vicino Nevada, si sta trasformando in qualcosa di molto diverso da quello che Hollywood mostrò al mondo un quarto di secolo fa. L’aviazione e la marina stanno investendo sempre più nell’impiego dei cosiddetti droni, gli aerei da guerra senza esseri umani a bordo, pilotati via satellite da terra.
Ovvio: se si vuole mettere il meno possibile a repentaglio la incolumità di un pilota, farlo addestrare da veterani sopravvissuti all’esperienza del combattimento reale è utile, ma tenerlo al sicuro a terra, davanti ad un computer con in mano un joystick, magari dall’altra parte del mondo rispetto alla zona bombardata, è infinitamente meglio.

Ma la sicurezza del pilota non è tutto. Secondo i fautori di questo nuovo sistema, l’impiego dei droni porta anche a ridurre il numero di vittime civili, poiché, a differenza del tradizionale caccia che doveva bombardare con “toccata e fuga” per sottrarre il prima possibile il pilota ai colpi dell’artiglieria contraerea, il drone può permettersi di volare sopra il bersaglio per prendere bene la mira con tutta calma, per ore e ore, anche per un’intera giornata. Questo argomento non convince i sostenitori della cosiddetta counterinsurgency, ossia la tecnica adottata dal generale David Petraeus con il surge che nel 2007 ha recuperato l’Iraq dall’orlo dell’abisso, e che attualmente il generale Stanley McChristal vorrebbe tentare anche in Afghanistan. Costoro sostengono che nel combattere guerre asimmetriche, cioè nell’usare un esercito regolare contro terroristi e guerriglieri, è decisivo porre la popolazione civile sotto la protezione delle proprie truppe, anziché renderla vittima accidentale delle proprie bombe, poiché nel primo caso è incoraggiata a divenire preziosa alleata, e nel secondo caso è di fatto spinta ad appoggiare il nemico. Ovviamente secondo questa visione è bene puntare il più possibile sulle truppe di terra, e il meno possibile sui bombardamenti aerei, droni o non droni.
Ma i bombardamenti con i droni hanno finalmente decapitato i vertici di Al Qaeda, per cui a Washington vengono visti sempre più come una soluzione vincente, oltre che poco rischiosa. E tanto basta per investirvi sempre più risorse. Inizialmente, a pilotare i droni erano i normali piloti di caccia, dislocati solo temporaneamente nella base in Nevada; di recente, però, si è passati a destinare là stabilmente i piloti migliori. Lo scorso 25 settembre sono entrati in servizio i primi otto piloti addestrati esclusivamente per questa speciale mansione: ”un nuovo tipo di Top Gun per un nuovo tipo di guerra”, come titolava il mese scorso un reportage di TIME.
Il Colonnello Eric Mathewson, che dirige la scuola di addestramento, intervistato giusto ieri sulla rivista delle forze armate “Stars and Stripes” proclamava orgoglioso: “siamo alle prese con una transizione culturale, paragonabile a quella dalla cavalleria ai carri armati”. Solo che in questa occasione si tratta di rinunciare all’ebbrezza del volo, per cui nessuno si offre volontario. E così, d’ora innanzi, ogni anno il Pentagono pescherà d’autorità cento tra le reclute più meritevoli dalle ordinarie accademie dell’aviazione, e le dirotterà, loro malgrado, in questo corso per piloti virtuali.

Il punto più delicato di questa storia è che il programma di guerra aerea con i droni ha un suo “lato oscuro”, una sua spregiudicata diramazione non ufficiale: così come negli anni Sessanta il Pentagono conduceva ufficialmente la guerra in Vietnam, e la CIA guerreggiava “ufficiosamente” nei cieli del Laos con l’operazione segreta “Air America”, così oggi, all’operazione ufficiale gestita dal Pentagono nei cieli dell’Afghanistan e dell’Iraq, si affianca, da un paio d’anni, una operazione “coperta”, anche stavolta gestita dalla CIA, in Pakistan, quindi anche in questo caso in un paese con il quale gli USA non sono ufficialmente in guerra (nonostante sia lì che si annida l’epicentro dei guai della regione).

A dire il vero parlare di operazione coperta è quasi ridicolo: Henry Crumpton, un ex dirigente dell’Agenzia, l’ha recentemente definita “uno dei segreti meno segreti della CIA”. Notizie abbastanza precise trapelano infatti da molti mesi sui grandi media; anche se solo nelle ultime settimane la stampa sta adeguatamente approfondendo l’argomento.

La settimana scorsa, la giornalista del New Yorker Jane Mayer, una che negli ultimi anni si è fatta notare con inchieste molto critiche sui metodi usati dalla CIA nell’antiterrorismo, ha pubblicato la più approfondita ed accurata analisi sino ad oggi condotta su questa questione. L’articolo del New Yorker sta facendo molto discutere (in Italia nel ha parlato Christian Rocca sul Foglio, giovedì scorso), perché riferisce fatti non banali. In sintesi: in dieci mesi di amministrazione Obama, gli Stati Uniti hanno bombardato il Pakistan più volte di quanto lo avevano fatto negli ultimi tre anni dell’amministrazione Bush.
I primi due bombardamenti Obama li autorizzò appena tre giorni dopo essersi insediato alla Casa Bianca. Ai primi di giugno ne aveva ordinati sedici, quindi mediamente circa uno alla settimana. Sotto Bush, i bombardamenti sul Pakistan erano stati tre nel 2007, e trentaquattro nel 2008. Sotto Obama sono stati una trentina nel primo semestre del 2009, e ad oggi ammontano a quarantuno. Secondo un recente ed accuratissimo studio della New America Foundation, sarebbero state uccise più di seicento persone, e circa un terzo di esse sarebbero civili innocenti.

Dati sorprendenti per molti (anche per la stessa Mayer) solo perché in questi mesi i giornalisti hanno preferito continuare a fissare il “santino” elettorale del 44esimo presidente piuttosto che la realtà dei fatti. Ma in realtà c’è poco da stupirsi.
Il primo agosto del 2007, quando il bombardamento del Pakistan con i droni era ancora solo uno studio segretamente commissionato alla CIA dall’amministrazione Bush, l’aspirante candidato democratico Barack Obama, con lo stesso discorso programmatico con il quale puntò maldestramente tutto sulla inopportunità del surge e sul ritiro immediato dall’Iraq, precisò che lo sforzo militare andava invece intensificato sull’Afghanistan e sul Pakistan.
Quest’ultima precisazione fece sobbalzare tutti sulle sedie: il Pakistan è un paese alleato, non nemico. Eppure, in pratica, Obama dichiarava pubblicamente la propria intenzione, qualora eletto presidente, di colpire anche lì pur di uccidere i terroristi di Al-Qaeda.

Quella sortita venne immediatamente esecrata, non senza una certa dose di ipocrisia, da tutti gli altri contendenti alla nomination democratica, Hillary Clinton in testa; ma Obama non rinnegò mai nulla, ed anzi, una volta ottenuta la candidatura, nei testa a testa televisivi con il candidato repubblicano John McCain nell’autunno del 2008 rivendicò quella sua posizione come prova della sua intenzione di dare una svolta rispetto all’era Bush: fino ad ora, spiegò, i terroristi hanno avuto dei rifugi sicuri in Pakistan, “ma questa storia cambierà quando sarò io il presidente”. Una geniale bugia, poiché in realtà a quell’epoca l’amministrazione Bush stava già bombardando i “rifugi sicuri” dei terroristi in Pakistan… ma i repubblicani erano impossibilitati a rivendicarlo, trattandosi di operazione “segreta” e di dubbia legalità. Obama non ha fatto altro che intensificare l’operazione.

Ad ogni modo, bushiani od obamiani che siano, questi bombardamenti di nuova generazione sono una tattica, non una strategia.
Il che non può essere una critica nei confronti della CIA, alla quale adiopiacendo non compete elaborare strategie. Quello, semmai, è il mestiere del presidente.
I droni sono uno strumento come un altro per fare la guerra: consentono di farla in circostanze in cui in passato sarebbe stato impossibile o troppo rischioso, ma non risolvono né consentono di eludere nessuno dei quesiti di fondo che ancora attendono risposta per poter definire quale sia, in sostanza, la “Dottrina Obama”. In quali casi si interviene con la forza, e in quali no? E con quali alleati? E soprattutto, con quali fini? Antiterrorismo o promozione della democrazia? Interesse nazionale o diritti umani universali? Egemonia o sopravvivenza?
E questo è, forse, il punto cruciale: ancora una volta, l’attuale presidenza appare incentrata sulla tattica, ma priva di una vera strategia. Naviga a vista. A lungo andare, può costarle molto caro.

lunedì 19 ottobre 2009

“OBAMA E’ COME BUSH”. CHI L’HA DETTO?


Ovvio: Christian Rocca, infinite volte nella ormai celebre (e da molti esecrata) rubrica “that’s right”, diranno i miei quattro lettori.
Ma il Corrispondente del Foglio, si sa, è un bushiano mai pentito.
Difficile, però, fare spallucce quando la stessa osservazione appare a lettere cubitali sull’ultima edizione di Newsweek, il più obamiano tra i grandi e prestigiosi settimanali in lingua inglese, e per di più a firma del direttore Jon Meacham, cronista specializzato in biografie, recentemente insignito del premio Pulitzer.
Meacham rivendica una certa competenza in bushologia in quanto attualmente impegnato nella stesura di una biografia di Bush padre, coglie il pretesto dell’apparizione pubblica di venerdì scorso di quest’ultimo in coppia con l’attuale presidente, per esporre le seguenti considerazioni: non è vero che la politica di Obama assomiglia semmai a quella di Bush Padre, noto realista; è vero semmai che Obama somiglia a Bush Padre nel senso che come lui è un politico “caratterialmente incompatibile con ogni forma di estremismo”, quindi un moderato per natura; ciò posto, in molte sue recenti scelte, da quelle su Guantanamo a quelle sui “salvataggi” con i sussidi statali dopo la crisi economica, a quelle sui metodi nella lotta al terrorismo, “Barack Obama è molto più simile a George W Bush (o almeno a quello degli ultimi anni) di quanto chiunque sia coinvolto – inclusi, presumo, lo stesso Obama e lo stesso Bush – sarebbe disposto ad ammettere”.
In senso non spregiativo, beninteso (come invece accade quasi sempre nelle citazioni collezionate da Camillo): il comune denominatore della strana coppia sarebbe la tendenza a governare “come Presidenti con la P maiuscola, non come politici di parte”.

Complimenti per la originalità della provocazione.
.
PM UPDATE: Ovviamente (lo rilevo successivamente alla pubblicazione di questo post) quest'oggi a Camillo non è parso vero poter usare l'editoriale di Meacham per la famigerata rubrica "that's right".

martedì 13 ottobre 2009

BUM! NON ATTACCA

Riassunto delle puntate precedenti:

- ai primi di marzo, il NYT rivelò che a febbraio, appena insediato, Obama aveva scritto al premier russo Medvedev una letterina "segreta” con la quale offriva l’abbandono del piano americano (bushiano) di "scudo spaziale" antimissile da installare nell’Europa dell’Est (Rep. Ceca e Polonia), in cambio di una (efficace collaborazione dei russi nell'ottenere una) rinuncia da parte dell’Iran alla imminente dotazione di ordigni nucleari e di missili balistici (qui i dettagli);

- a settembre, l'amministrazione Obama annunciò di aver decretato l'abbandono del piano di scudo antimissile, apparentemente senza contropartita, per ragioni poco più che tecniche. Ovviamente, il pensiero serpeggiato a destra e a manca è stato subito quello di un "affare fatto", inconfessabile ma evidente, tra Mosca e Washington;

- appena una settimana più tardi, Medvedev ha manifestato un certo inedito possibilismo nel collaborare a sanzionare Teheran. Michael McFaul, responsabile per le relazioni con la Russia e l'Eurasia nel National Security Council (in parole povere: l'uomo nelle cui mani Obama ha messo il dossier Russia) ha parlato di un "importante mutamento di posizione" e di un "nuovo clima". E tutti hanno pensato: ecco, il gioco di Obama - giusto o sbagliato che sia - è andato in porto.

Orbene: ieri Hillary Clinton si è recata a Mosca per combinare l'affare.
In particolare, secondo l'Associated Press, il suo obiettivo era di "ottenere dalla Russia delle dichiarazioni che esprimessero sostegno alla ipotesi di nuove sanzioni ed altre penalità qualora l'Iran perseverasse nel rifiutarsi di sospendere l'arricchimento dell'uranio entro la fine dell'anno".
Per lubrificare l'accordo, ha usato la miglior vaselina di cui dispone:
"Michael McFaul, il principale consulente della Sig.ra Clinton sulla Russia, ha dichiarato al Kommersant, il più autorevole quotidiano economico russo, che Washington era pronta a diluire le sue critiche rispetto alle violazioni di diritti da parte del Cremlino.
"Abbiamo deciso che abbiamo bisogno di un "reset" in questo ambito, e di scrollarci di dosso il nostro approccio precedente" ha detto, aggiungendo che gli USA hanno deciso di non impartire più lezioni sulla democrazia alla Russia, in modo da non irritare Mosca".
Insomma: la stessa carota senza bastone già elargita alla Cina.

Com'è andata?
Giudicate voi, dalla semplice lettura del New York Times:
"Minacciare l'Iran con nuove, severe sanzioni per ottenere progressi nel negoziato sul suo piano di armamento nucleare sarebbe “controproducente”, ha dichiarato oggi il ministro degli esteri russo, raffreddando con una doccia gelata le speranze dell'amministrazione Obama che la Russia fosse stata convinta a collaborare impegnandosi nell'intensificazione delle pressioni da parte della comunità internazionale sul regime di Teheran".
Il Wall Street Journal aggiunge che
"Lavrov si è anche opposto alla possibilità di sanzioni che non passino dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU, con ciò potenzialmente ostacolando gli sforzi degli USA di trovare alleati accordandosi con un paese alla volta".

Vladimir Putin non era presente, perchè impegnato a negoziare con Pechino un super-mega accordo per la fornitura di gas e petrolio dalla Russia alla Cina.

Insomma: meno male che venerdì scorso il presidente ha vinto il Nobel per la Pace, altrimenti sarebbe veramente un ottobre di merda.

venerdì 9 ottobre 2009

MIRACOLO: PREMIO NOBEL SULLA FIDUCIA. OBAMA SANTO SUBITO!

Questa è veramente strepitosa: dopo l’applauso di incoraggiamento, è stato coniato il premio Nobel di incoraggiamento – o sulla fiducia, come preferite (meglio: sulla parola. Carina anche questa di Carlo Panella: "dopo la guerra preventiva di Bush, il Nobel preventivo di Obama"...).
Non saprei come collocarlo, se non come l'ennesimo miracolo di Sant’Obama.
La motivazione ufficiale, poi, è un capolavoro: basti dire che è incentrata sugli sforzi di Obama volti a ridurre gli arsenali nucleari (questi sforzi, devo presumere…).
Scherzi a parte (ma si fatica, oggi), è la conferma che questa presidenza si basa prevalentemente su di una colossale operazione di immagine - a volte gestita da cani, come nel caso del recente "buco" della candidatura olimpica di Chicago, a volte gestita con successo... anche se con esiti un po' surreali, come nel caso odierno, il che non è dettaglio da poco e su questo gli addetti ai lavori sembrano unanimi.
I guastafeste di TIME (testata autorevolissima e non conservatrice) non perdono tempo per sollevare il dubbio che questo spot sia talmente prematuro da risultare controproducente. E nella sede più informale di uno dei loro blog, si spingono ad ironizzare: "la sensazione è che abbia vinto il Nobel semplicemente per il fatto di non essere George W. Bush".
Analisi sostanzialmente identica quella di George Packer sul sito del New Yorker (quindi testata altrettanto autorevole ed ancora più di sinistra): "fossi in lui, ringrazierei il comitato del Nobel ma chiederei loro di tenermi da parte il premio per un paio d'anni".
Anche il mitico Lexington scuote la testa dal suo blog sul sito dell'Economist, e lo fa da par suo, citando una battuta dal film "Le relazioni pericolose": "uno non si mette ad applaudire un tenore solo perché si è schiarito la voce"!
Ma ancora più significativo è che la stroncatura più drastica si legga (anche stavolta con l'uso discreto di un blog) sul sito di Newsweek, ossia il più "obamiano" di tutti i grandi settimanali: "non importa cosa pensiate di Obama: è un fatto che quest'uomo ancora non ha fatto nulla, ma proprio nulla, per meritarsi un Nobel"; e quindi da oggi ufficialmente con questa mossa "il premio Nobel è finito, cioé è diventato un premio come tanti altri".
Chiude la panoramica il meno autorevole ma sempre più seguito "Daly Beast", dove un commentatore mette a segno la battuta del giorno: "forse adesso cominceranno ad assegnare gli Oscar non a chi ha fatto i film migliori nell'ultimo anno, ma a chi ha più probabilità di fare i film migliori l'anno prossimo".
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PS: Curiosità: è il terzo caso nella storia di Nobel per la pace ad un presidente USA in carica (i precedenti sono Teddy Roosevelt, nel 1905 per la mediazione nel conflitto russo-giapponese, e Woodrow Wilson nel 1919 per il ruolo nei trattati post-Grande Guerra. Nessun precedente "sulla fiducia", quindi: questo è un primato assoluto di Obama - sia il grande TR che WW, in effetti, erano in carica ma al secondo mandato, e di cose ne avevano combinate parecchie. Obama è in carica da otto mesi e ha fatto... ehm... "molto", secondo il comitato del Nobel, checché ne dicano i giornalisti e i buffoni di Saturday Night Live).
Ancora più curioso: i due sono al contempo i due presidenti USA più giovani della storia.
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PPS: presumo che da queste parti molti si stiano domandando, sornioni, che ne avrà pensato il Berlusca. Personalmente, invece, vorrei essere una mosca per sentire che ne pensa - davvero - il povero Sarko...

martedì 29 settembre 2009

"SARKO HA IL COMPLESSO DI OBAMA"


Spassoso pezzo sull'ultimo numero di Newsweek dedicato al rapporto difficile nella “strana coppia” Nicolas Sarkozy - Barack Obama. O meglio: alla difficoltà che Sarko avrebbe nel gestire la propria "invidia".
Secondo il settimanale americano (testata da sempre schieratissima con il 44esimo inquilino della Casa Bianca), il presidente francese sarebbe affetto da un vero e proprio “Complesso di Obama”. Primadonna com'è, non digerirebbe il fatto di essere destinato a vedersi costantemente rubare la scena dal collega amerikano, altrettanto egocentrico ma sempre avanti di una spanna, non solo in termini di importanza del paese che governa ma anche in fatto di popolarità:
“un recente sondaggio della Transatlantic Trends mostra che Obama gode di un fenomenale 88% come tasso di popolarità in Francia, mentre Sarkozy solitamente si ferma sotto al 50%”.
Inoltre, l'Eliseo si vedrebbe frequentemente scippare dalla Casa Bianca il merito di importanti iniziative. Il G20 in cui Obama ha giocato da protagonista ben oltre l'ovvio status di padrone di casa “è un consesso che proprio Sarkozy ha insistentemente voluto istituire, l'anno scorso”; e anchela linea dura contro le ambizioni nucleari dell'Iran Sarko l'adottò molto prima di Obama.

Ma più che i fatti, qui contano le emozioni. Sarko va fiero del fatto che “il suo stile consiste nell'essere sempre dappertutto nello stesso momento – il superpresidente lo chiamano i francesi; e anche in questo Obama sembra a volte seguirlo. Ma non è così”.
Un po' come il Nando Moriconi di Alberto Sordi, il presidente francese dalle sue parti è ormai accreditato come “l'Americano”, ma quando si viene al dunque si vede un po' troppo poco considerato dall'americano “quello vero”.

“Entrambi pretendono di essere in prima fila su ogni iniziativa: Obama perchè è il presidente degli Stati Uniti, e Sarkozy perché è così ambizioso”.
Due galli in un pollaio – con inevitabile contorno di servizi fotografici rifiutati, dispettucci, ripicche. “Pare che in primavera Sarkozy abbia detto a un gruppo di parlamentari con i quali stava pranzando che Obama “non ha mai gestito un ministero in vita sua””.

In tutta questa facezia (di un certo pregio anche perché evita di scadere in facili ironie sulla statura fisica dei due personaggi), il quadretto che da solo vale la lettura dell'intero pezzo è questo:

“Le personalità dei due presidenti possono entrare in collisione: Obama, sorridente ma distaccato, tratta Sarkozy come uno dei tanti suoi non-esattamente-pari in Europa, mentre Sarkozy, tutto pacche sulle spalle, ama chiamare il presidente USA “amico”, ma non si vede ricambiare il favore. Guardarli insieme sul palco, come quando sono apparsi alle commemorazioni per l'anniversario del D-Day in Normandia a giugno, è come guardare Joe Pesci recitare faccia a faccia con Denzel Washington”.

Chissà, magari certe tensioni verranno risolte grazie a certi interessi comuni che i due hanno ripetutamente dimostrato di condividere...

venerdì 25 settembre 2009

PERCHE' PROPRIO A PITTSBURGH


Dopo il G8 a L’Aquila post-terremoto, i potenti del mondo si beccano una gitarella in un altro posto sfigatissimo: il G20 sulla finanza si tiene in queste ore a Pittsburgh, in Pennsylvania al confine con l’Ohio.
Strano posto, per un evento tanto prestigioso.
Raccontava ieri un cronista di TIME:
"Quando l'addetto stampa della Casa Bianca Robert Gibbs annuniò, a maggio, che l'Amministrazione Obama aveva deciso di tenere il G20 a Pittsburgh, i giornalisti presenti esplosero in una risata. E come dargli torto?".
La “fascia” che corre tra Illinois, Indiana, Michigan, Ohio e Pennsylvania occidentale, è da molti anni soprannominata “Rust Belt”, la Cintura della Ruggine: desolazione e degrado, piccoli paesi e grandi città “fantasma”, costellati da stabilimenti industriali da tempo abbandonati.
Cleveland, la città più importante dell’Ohio, è oggi considerata la più povera degli Stati Uniti. Detroit, in Michigan, storica capitale dell’industria americana dell’auto, non sta meglio (un tempo era la quarta città USA, ora è l'undicesima. Qui un recente reportage su TIME).
Pittsburgh era fino a qualche tempo fa nelle stesse miserevoli condizioni, ma recentemente sta venendo “rilanciata” puntando sui settori più “innovativi”.
Spiega Gideon Rachman del Financial Times:
“Pittsburgh è considerata una vetrina della ripresa post-industriale. La popolazione cittadina era stata decimate dal naufragio dell’industria siderurgica. Metà della popolazione era andata a vivere altrove, man mano che i posti di lavoro evaporavano […] Ma oggi nuove industrie sono spuntate nel campo dei servizi sanitari, della robotica e dell’informatica. Il tasso di disoccupazione è “solo” il 7,7%, più basso del resto degli USA. Dovrebbero fare delle magliette per il G20, con su lo slogan “si può sopravvivere alla globalizzazione”.
Soprattutto, l’amministrazione vuole sbandierare il “nuovo potenziale” di posti come Pittsburgh generato dal matrimonio tra i business delle nuove tecnologie e quello legato all’ecologia, che si spera possa generare nuovi posti di lavoro che vadano a rimpiazzare quelli persi con la crisi della siderurgia, cioè “emigrati” con la delocalizzazione, che tanto ormai è chiaro non torneranno più.
Qui un video preparato dal Dipartimento di Stato per propagandare agli occhi del mondo questo rilancio “dalla ruggine al verde”.
(Per inciso: identiche politiche erano nel programma dello sconfitto candidato repubblicano John McCain, il quale nell’aprile dello scorso anno tenne uno dei suoi primi comizi nella cittadina di Youngstown, in Ohio, uno dei luoghi più disperati della Rust Belt, in cui propose di detassare “le nuove società ed industrie del settore tecnologico, in particolare di quello delle tecnologie ecologiche come quelle di trasformazione dell’energia solare ed eolica, che stanno cercando a fatica di crescere proprio qui, cercando nuovi mercati ed assumendo nuovi lavoratori”).

In perfetto stile obamiano (soprattutto michelleobamiano) il tutto viene confezionato nel modo più “trendy”, senza timore di sconfinare nel radical-chic. E così l’allevamento bio va a braccetto con i quadri pop. Racconta Maurizio Molinari su La Stampa di oggi:
“il gran finale studiato a tavolino nella West Wing della Casa Bianca avviene nel segno del cittadino di Pittsburgh forse più noto al mondo: il pittore Andy Warhol al quale è intitolato un museo che raccoglie numerosi dipinti che raccontando la carriera dell’artista che ritrasse Marylin Monroe in una memorabile posa. Sarà in questa cornice che le First Lady concluderanno il pranzo e il summit prima del rituale arrivederci.”
Ed è subito Manhattan, anche a Pittsburgh.

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