mercoledì 13 marzo 2013

READY FOR BILLARY?


Quando alle quattro del pomeriggio di venerdì primo febbraio John Kerry ha giurato assumendo la carica di sessantottesimo Segretario di Stato, Hillary Clinton è tornata ad essere formalmente una semplice cittadina. Solo un mese dopo – qualche giorno fa – si è appreso che quella sera Hillary e Bill hanno festeggiato cenando alla Casa Bianca con Barack e Michelle. La ragione di questo piccolo ma significativo evento è sin troppo evidente: da quella sera la libera cittadina Hillary Clinton è tornata a svolgere la professione di sei anni fa, quella di favoritissima per la presidenza degli Stati Uniti. A Washington un primo superPAC (comitato per la raccolta di grandi finanziamenti) di nome “Ready for Hillary” ha già cominciato a mobilitare i donatori, per la ipotetica campagna elettorale di quella che Newsweek non esita a definire “la donna più potente nella storia degli Stati Uniti”.
Ok. Però leggendo la cronaca di The Politico su quella cena "particolare" alla Casa Bianca del primo febbraio, salta all’occhio come l’argomenti centrale non sia il rapporto fra Barack e Hillary, bensì quello fra Barack e Bill. Lo trovo ragionevole. Il personaggio-chiave di tutta questa storia è colui che, se davvero fosse Hillary la presidentessa, nel 2016 diverrebbe un ingombrante First Gentleman.


Molti ancora ricorderanno quanto il vecchio Bill abbia fatto faville alla Convention Nazionale Democratica di Charlotte, lo scorso settembre. Con un riuscitissimo discorsone a briglia sciolta di quasi un'ora (il testo ufficiale diramato poco prima constava di 3.136 parole, in quello che tenne effettivamente ne vennero contate quasi seimila) finì quasi per oscurare Obama, ma gli diede anche un sostegno da molti giudicato decisivo, che poi rinnovò in numerosi eventi elettorali nelle settimane a seguire. Larry J. Sabato, insigne politologo dell'Università della Virginia, notò su Twitter"E ora, come potrebbe Obama dare il suo appoggio a chiunque si contrapponesse ad Hillary nel 2016? I Clinton adesso hanno in mano una gigantesca cambiale firmata Obama"...
Ribaltando un vecchio adagio, potremmo presto trovarci ad osservare come dietro una grande donna ci sia un grande uomo. Tutti sembrano chiedersi se dopo il primo presidente di colore gli americani siano pronti per il primo presidente donna. A me stuzzica di più un altro interrogativo: gli americani sono pronti ad avere di nuovo Bill alla Casa Bianca?

GO WEST

E' passato più di un anno dall'inizio della mia piccola avventura su America24. Che prosegue felicemente -  ma non bisogna mai commettere l'errore di fermarsi, giusto? 
Giusto, e quindi da oggi ho il piacere di farneticare anche su The Post Internazionale, nuova testata telematica del Gruppo Editoriale L’Espresso, in collaborazione con La Repubblica e con Limes, dedicata alla politica internazionaleRingrazio il direttore Giulio Gambino per avermi invitato a salire a bordo, e per avermi messo a disposizione un blog tutto nuovo di nome Go West (non credo di dover spiegare il perchè). Da oggi ci si vede anche lì, stay tuned.

venerdì 1 marzo 2013

IL "FIRST GAY PRESIDENT" HA FATTO UN ALTRO PASSO AVANTI. ANZI, MEZZO

Non è semplice valutare la portata della nuova presa di posizione che l’amministrazione Obama ha assunto ieri nella causa davanti alla Corte Suprema sulla questione dei matrimoni gay californiani; né del resto è semplice ricostruire e ripercorrere il tortuoso percorso che il 44esimo presidente degli Stati Uniti ha compiuto su questo spinoso argomento, passando per anni da un annuncio ad effetto ad un complesso compromesso, sempre schivando prese di posizione troppo nette. Vediamo di provarci.

In principio fu il Barack Obama contrario ai matrimoni omosessuali. “God is in the mix”, c’entra anche Dio, spiegò nell’agosto del 2008, confermando al celebre pastore evangelico Rick Warren che lo intervistava in diretta Tv che “come cristiano” riteneva che il matrimonio fosse solo l’unione fra un uomo e una donna. Questa era la sua posizione ufficiale quando venne eletto presidente per la prima volta; e lo è rimasta fino al maggio dell’anno scorso quando a sorpresa il Presidente annunciò all'America di aver cambiato idea, di essere divenuto favorevole al riconoscimento dei matrimoni omosessuali.

In quell’occasione, tuttavia, Obama si limitò in ad esprimere una "opinione personale", guardandosi bene dall’affermare che l'accesso al matrimonio per gli omosessuali fosse giuridicamente equiparabile ad un diritto civile e che quindi si trattasse un diritto fondamentale da garantire necessariamente in tutti i cinquanta Stati. Si trattava quindi di una presa di posizione più politica che giuridica, che badava bene a non entrare in conflitto con l'autonomia federalista degli Stati, esprimendo un auspicio ma lasciando che ciascun singolo Stato sia padrone di regolare come crede questa materia. Alcuni accolsero quella presa di posizione con un entusiasmo forse anche sproporzionato (il settimanale Newsweek incoronò Obama come “il primo presidente gay”, parafrasando la celebre definizione di “primo presidente nero” che la scrittrice afroamericana Toni Morrison aveva coniato nel 1998 per Bill Clinton); altri, più a sinistra, si indignarono contestando il fatto che si trattava di una svolta di facciata, senza una reale sostanza (nonostante l’amministrazione Obama avesse anche adottato delle misure concrete, tra le quali la revoca della politica ‘Don’t Ask And Don’t Tell’ nell’esercito e l’abbandono da parte del dipartimento di Giustizia della formale difesa nei tribunali del “Defense of Marriage Act”, la legge che proibisce al governo federale di riconoscere legalmente le unioni fra persone dello stesso sesso).

Da allora, Obama ha più volte cercato di enfatizzare la portata della sua presa di posizione affermando l’esistenza di un unico ideale “percorso” che “passa da Seneca Falls, da Selma e da Stonewall”. E’ una chiara allusione alla lotta per i diritti civili: Seneca Falls è la località nello Stato di New York che ospitò nel lontano 1848 la prima convention americana per i diritti delle donne, le quali a partire da lì si mobilitarono per il diritto al voto; Selma è una città dell’Alabama nella quale nel 1965 una marcia pacifica per i diritti degli afroamericani, alla quale partecipava lo stesso Martin Luther King, venne brutalmente repressa dalla polizia; lo Stonewall Inn è il nome di un locale gay del Greenwich Village dove nel 1969 la reazione ad una retata della polizia diede il via all’attivismo per i diritti degli omosessuali. L’ultima volta lo ha fatto un mese fa, nel discorso che ha pronunciato sulle scale del Campidoglio per la inaugurazione del suo secondo mandato presidenziale, divenendo il primo presidente della storia a pronunciare la parola “gay” in un discorso inaugurale.

Ma tra i militanti dei diritti per i gay permaneva una certa insoddisfazione, che da ultimo era stata espressa a gennaio in un editoriale del New York Times che invitava il presidente a passare dalle parole ai fatti: “Ora la questione urgente è come egli ritiene di tradurre le proprie parole in azione. Per cominciare, dovrebbe dare impulso al suo Ministro della Giustizia di presentare una memoria scritta prendendo posizione nella causa sul referendum “Proposition 8” che verrà discussa davanti alla Corte Suprema a marzo, affermando che il divieto di matrimoni omosessuali approvato dagli elettori della California è incostituzionale”.

Ed eccoci alla svolta di ieri. Nell’ultimo giorno utile per farlo, la Casa Bianca l’ha infine presentata, la memoria scritta che il NYT reclamava a gennaio. Ha preso posizione nella causa, che la Corte Suprema comincerà a discutere fra un mese, sulla compatibilità o meno con la Costituzione degli Stati Uniti del referendum con il quale gli elettori californiani nel 2008, nello stesso giorno in cui mandavano Obama alla Casa Bianca, avevano approvato un emendamento alla Costituzione del Golden State che limita il matrimonio alle unioni fra un uomo e una donna; questione sulla quale il movimento per i diritti dei gay ha costruito una azione legale volta proprio a portare la questione davanti alla Corte Suprema, dopo aver ottenuto una prima storica vittoria in tribunale nell’agosto del 2010 e poi una parziale conferma in appello (anche se più contenuta nella motivazione).

Ma a ben vedere la motivazione con la quale la Casa Bianca ha assunto questa presa di posizione cela una sottigliezza non da poco: il divieto californiano, si legge nella memoria depositata ieri, sarebbe minato proprio dal fatto che in California è già stata concessa una “estensione di tutti i diritti sostanziali e le responsabilità tipiche del matrimonio alle coppie conviventi gay e lesbiche”; e la Corte Suprema “può risolvere questo caso concentrandosi sulle particolari circostanze che caratterizzano le legge californiana e il riconoscimento che essa già dà alle coppie omosessuali, anziché occuparsi della questione dei pari diritti in relazione a circostanze che non ricorrono in questo caso concreto”.
Tradotto dall’avvocatese, significa che la Casa Bianca non sta chiedendo alla Corte Suprema di decretare che l’accesso all’istituto del matrimonio deve essere immediatamente accordato alle coppie omosessuali in tutti i 50 Stati dell’unione (proprio come avvenne, ad esempio, 40anni fa per l’accesso alla libertà di abortire con la famosa sentenza Roe contro Wade). Secondo la lettura degli addetti ai lavori, se la Corte sposasse la posizione assunta ieri dall’amministrazione Obama, il risultato più verosimile sarebbe piuttosto quello di far saltare, in quanto incostituzionale, il divieto di matrimoni omosessuali non solo in California, ma nemmeno in tutti i trentasette Stati nei quali attualmente vige un divieto del genere, bensì, paradossalmente, solo in quegli otto nei quali le coppie gay non possono formalmente sposarsi, ma vige pur sempre un riconoscimento delle unioni civili che di fatto conferisce loro tutti i benefici delle coppie sposate, pur senza dare loro accesso al vero e proprio istituto del matrimonio. Oltre alla California, quindi, anche Delaware, Hawaii, Illinois, Nevada, New Jersey, Oregon e Rhode Island.
Ecco un passaggio dell’analisi pubblicata ieri sera sul sito SCOTUSBLOG, il principale riferimento online sul lavoro della Corte Suprema:
“In sostanza, la posizione assunta dal governo federale finirebbe per dare un sostegno alla causa delle pari opportunità nell’accesso al matrimonio, mostrando però al contempo anche un certo rispetto per l’autonomia dei singoli Stati nel disciplinare questo istituto. Quella che la memoria presentata dalla Casa Bianca ha sposato è quella che viene chiamata la “soluzione degli otto Stati” – cioè: se uno Stato riconosce già alle coppie omosessuali gli stessi privilegi e gli stessi benefici che hanno le coppie sposate (come accade negli otto Stati che lo fatto riconoscendo le “unioni civili”), allora in quello Stato è obbligatorio compiere il passo finale e consentire a quelle coppie di contrarre un vero e proprio matrimonio”
Stando a questa soluzione compromissoria, il numero degli Stati nei quali le coppie omosessuali possono sposarsi verrebbe raddoppiato (attualmente sono nove: Connecticut, Iowa, Massachusetts, Maryland, New Hampshire, New York, Vermont, Washington e Maine). Ma paradossalmente resterebbe in piedi il divieto proprio in quei ventinove Stati che lo hanno stabilito in modo più intransigente, negando anche un riconoscimento delle coppie di fatto che, pur senza formale equiparazione al vero e proprio matrimonio, conceda di fatto gli stessi benefici dei quali godono le coppie sposate.

giovedì 28 febbraio 2013

SEQUESTER-GATE, BOB WOODWARD CONTRO OBAMA

La Casa Bianca mi sta minacciando. Mi vogliono tappare la bocca perché proprio sul più bello, quando ormai il presidente era riuscito a convincere l’opinione pubblica che la colpa era tutta dei repubblicani, io ho rivelato che invece il cosiddetto “sequester” (ossia la disastrosa mannaia di mega-tagli “automatici” che fra poche ore si abbatterà sulle spese del governo federale) è stata un’idea – folle – di Obama. Questa, in estrema sintesi, la sorprendente denuncia di Bob Woodward, mostro sacro del giornalismo d’inchiesta americano e mondiale, che ieri ha sollevato un vespaio e non cessa di far discutere.

Doverosa premessa: per chi non lo sapesse, Woodward è un mostro sacro per via della sua storica inchiesta sul Washington Post con la quale quarant’anni fa, a quattro mani con il collega Carl Bernstein, fece scoppiare lo scandalo Watergate causando la rovinosa caduta dell’invincibile presidente Nixon, e forse ancor più per via della trasposizione hollywoodiana nel fortunatissimo film nel quale venne interpretato nientemeno che da Robert Redford. Grazie a ciò divenne un’icona vivente del giornalismo investigativo che non teme di sfidare il potere. In realtà il suo ruolo in quella vicenda è stato in più modi esagerato e mitizzato (ne parlai qui); ma si tratta di una mitizzazione troppo riuscita per metterla in discussione. Che si è poi autoalimentata, facendo sì che per decenni chi nelle stanze del potere di Washington aveva qualche confidenza scottante da far trapelare scegliesse proprio lui come confidente.
Di conseguenza, il fatto che sia proprio lui a muovere questo tipo di accusa crea inevitabilmente un effetto dieci volte più potente di quanto accadrebbe se le stesse cose le avesse dette un qualunque suo collega, magari anche bravo ed affermato.

La questione si è aperta sabato scorso, quando Woodward è uscito con un pezzo sul suo caro vecchio Washington Post nel quale, dopo aver ricordato che in campagna elettorale, nell’ultimo dei tre dibattiti televisivi contro Mitt Romney, Obama aveva dichiarato che il “sequester” era stato proposto non da lui ma dal Congresso (leggasi: dai repubblicani), e che la stessa cosa era stata confermata da Jack Lew, che all’epoca era il direttore del budget della Casa Bianca ed ora si accinge a divenire il nuovo Ministro dell’Economia, rivela che in realtà è vero il contrario: l’idea del “sequester” è stata concepita da Lew e dal suo staff, e approvata personalmente da Obama, e poi rifilata ai parlamentari repubblicani “molti dei quali mi hanno confessato di aver votato a favore senza essersi ben resi conto di cosa esattamente si trattasse”. In pratica, il pezzo di sabato accusa apertamente la Casa Bianca di aver spudoratamente mentito agli americani, creando ad arte questo guaio per poi dare la colpa all’opposizione - a spese del Paese.
Ma questo è niente. Il vero “botto” è scoppiato ieri, quando Woodward, intervistato dalla CNN, ha spifferato che quando la settimana scorsa ha telefonato ad un non precisato funzionario di altissimo livello della Casa Bianca (“uno dei quattro o cinque più coinvolti nei negoziati sul budget” –secondo BuzzFeed si tratterebbe di Gene Sperling, il capo dell’Economic Council della Casa Bianca) per preannunciare l’uscita del pezzo -un accorgimento naturale nel mondo del giornalismo politico americano – questi, furibondo, gli ha urlato contro per mezz’ora, e dopo avergliene dette di tutti i colori gli ha mandato una lunga email nella quale si scusava per aver alzato la voce, ma lo accusava di voler “attirare l’attenzione su pochi specifici alberi che danno un’impressione molto sbagliata della foresta”, e in conclusione gli rifilava questo inquietante commiato: “credo che tu ti pentirai di aver voluto a tutti i costi scrivere quelle cose”.
Apriti cielo: una minaccia mafiosa, un tentativo di intimidazione, proprio da parte della Casa Bianca, e proprio contro il giornalista-simbolo del coraggio di raccontare la verità anche facendo arrabbiare la Casa Bianca. A Woodward, che da una vita campa dell’immagine di giornalista scomodo, non dev’essere parso vero: ha pensato bene di rendere pubblico l’imbarazzante aneddoto.
“Io ormai sono vaccinato e ho già fatto la mia carriera”, si è divertito a raccontare a Mike Allen, una delle firme di punta di The Politico, “ma cosa succede se questo tipo email, con scritto “guarda che te ne pentirai”, la mandano ad un giovane reporter con un’esperienza di un paio o anche di dieci anni?”

E così, per una volta, Woodward è improvvisamente diventato un beniamino dei repubblicani (che di solito lo detestano), ed ha ricevuto attacchi di ogni genere dai colleghi più di sinistra. Sul New Republic, ad esempio, Noam Scheiber racconta che il suo ultimo bestseller (che parla proprio della vicenda dei negoziati sul budget) è tutto intriso di faziosità anti-Obama; Jonathan Chait sul New York Magazine si produce in un bizantino debunking nel tentativo di dimostrare che in realtà la lettura dei fatti di Woodward sarebbe viziata da una visione distorta del ruolo del presidente; e così via.
Intanto, il conto alla rovescia continua a ticchettare: l’ascia del “sequester” si abbatterà alla mezzanotte di oggi.
Uscito su Good Morning America

mercoledì 13 febbraio 2013

MARCO RUBIO GIA' IN PISTA. NON SARA' TROPPO PRESTO?


“Siamo sicuri che sia un vantaggio venire designato come “il Salvatore dei Repubblicani” con quattro anni di anticipo?”

Questo dubbio retorico espresso sornionamente su Twitter dal guru elettorale di Obama David Axelrod si riferisce alla cover-story dell’ultimo numero di Time, che per l’appunto ha presentato il giovane senatore della Florida Marco Rubio nientemeno che come “Salvatore dei Repubblicani”, in quanto “nuova voce” del partito che ha appena perso le elezioni presidenziali. Un po’ troppo e un po’ troppo presto, se davvero la sua ambizione è quella di divenire il candidato alla Casa Bianca nel 2016.

Lui stesso è parso pensarla a questo modo, a giudicare dalla sua reazione:

In effetti sentirsi definire già ora “il nuovo leader del partito repubblicano” (la definizione è di Chris Cillizza del Washington Post) rischia di rivelarsi un buon modo per “bruciare” il proprio potenziale di frontrunner per le prossime presidenziali; ma il rischio è ineludibile, dal momento che il giovane senatore della Florida è stato scelto per tenere ieri sera il tradizionale discorso di replica a nome del partito di opposizione per rispondere a quello del Presidente sullo Stato dell’Unione. Solitamente si tratta di un trampolino di lancio per un astro nascente del partito, e ieri sera è toccato a lui provare il salto.
Il discorso non conteneva sorprese, ovviamente; del resto si tratta solo formalmente di una replica, trattandosi ovviamente di un discorso preparato prima che il Presidente pronunziasse il proprio. E’ stato un discorso che suonava costruito a partire da un ragionamento molto semplice, quasi primitivo: nella sostanza, è Obama a spostarsi a sinistra e quindi l’opposizione repubblicana non ha bisogno di ricollocarsi, le basta tenere la postazione; nella forma, nel tono, l’esigenza è quella di scrollarsi di dosso l’inefficacia del miliardario aristocratico Mitt Romney, e trovare un volto e una voce più credibile per captare il malcontento della middle class. Se quindi nella sostanza la ricetta resta quella tradizionale repubblicana (meno Stato, meno tasse, e in teoria – la pratica è un’altra faccenda…. - meno spesa pubblica), nel tenore il messaggio è: “non siamo il partito dei vecchi bianchi ricchi”.
Ed ecco quindi il quarantunenne latino Rubio con la sua storia personale di figlio di immigrati cubani, papà barista e mamma cameriera, che nella Lando of Opportunity “ce l’hanno fatta” da zero con il sudore della fronte:
“Questa opportunità – di arrivare a far parte della middle class o anche oltre, non importa da dove si parte nella vita - non ci viene concessa da Washington. Viene da una pulsante economia libera nella quale le persone possono rischiare i propri soldi per aprire un'attività. E quando ci riescono, assumono più persone, che a loro volta investono o spendono i soldi che guadagnano, aiutando gli altri ad avviare a loro volta un’altra attività e a creare posti di lavoro”.
E quindi, sempre puntando alle preoccupazioni della middle class(da notare la prima persona singolare, nonostante il discorso dovrebbe essere a nome del partito):
“Signor Presidente, io abito ancora nello stesso quartiere operaio nel quale sono cresciuto. I miei vicini non sono milionari. Sono pensionati che dipendono dalla Social Security e dal Medicare. Sono lavoratori che domani mattina devono alzarsi presto per andare a lavorare per pagare le bollette. Sono immigrati, che sono venuti qui perché erano intrappolati in condizioni di povertà in Paesi in cui il governo dominava l'economia. Gli aumenti delle tasse e la spesa in disavanzo che Lei propone farà male alle famiglie della middle class. Costerà loro i loro guadagni. Costerà loro i loro benefici. Può costare ad alcuni di loro persino il posto di lavoro. E farà male agli anziani, perché non fa nulla per salvare Medicare e Social Security. Quindi Signor Presidente, io non sono contrario al suo programma perché voglio proteggere i ricchi. Sono contrario al suo programma perché voglio proteggere i miei vicini di casa”.
La performance oratoria di Rubio è stata brillante (fatta eccezione per un piccolo momento di defiance causa secchezza delle fauci placata dissetandosi da una bottiglietta d’acqua che incredibilmente nessuno aveva pensato di piazzare alla sua portata, il che lo ha costretto ad un gesto molto goffo che ha scatenato frizzi e lazzi su Twitter, ma che difficilmente passerà agli annali).
Resta però ancora da capire quanto filo ha da tessere; e resta da capire quanto gli giovi, e quanto gli noccia, spendere il suo potenziale già ora, più per tamponare il vuoto seguito alla sconfitta elettorale che per cavalcare un’onda.


martedì 12 febbraio 2013

E ORA, UN "PAPABILE" A STELLE E STRISCE?


Il Conclave che a breve si aprirà per scegliere il successore di Benedetto XVI sarà il primo al quale prenderà parte, eppure secondo alcuni potrebbe prendervi parte da “papabile”. Il nome di Timothy Dolan, dal 2009 arcivescovo dell’arcidiocesi di New York nonché dal 2010 presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti (quindi, in altre parole, il “capo” dei vescovi statunitensi – ma questo mandato scade a breve), in queste ore ricorre tra quelli che i media danno tra i più favoriti come prossimo Papa.

Un papa americano? Possibile?
E’ molto accreditata l’ipotesi che il prossimo Papa non sarà europeo; ma solitamente la si intende nel senso che egli provenga da un Paese del Terzo Mondo, dall’Africa come il ghanese Appiah Turkson, o dall’America Latina come l’argentino Leonardo Sandri. Quella di un Papa a stelle e strisce, invece, suona come un’ipotesi eccentrica; eppure. “Ai tempi della Guerra Fredda” scrive il New York Times “sarebbe stato improbabile, ma oggi per la prima volta circola la voce che un americano, il Cardinale Timothy M. Dolan di New York, potrebbe essere in lizza come prossimo papa. Il suo profondo conservatorismo combinato con un carisma da uomo del popolo lo rendono popolare presso la comunità dei fedeli, in un’epoca nella quale la Chiesa è concentrata nella lotta per la “nuova evangelizzazione”.

D'altronde anche la sua elezione a capo della Conferenza Episcopale americana avvenne a sorpresa e fu letta da molti come conferma della sua capacità di imporsi come leader al di là dei pronostici più banali.
 Lui si schernisce: “preferirei rimanere arcivescovo di New York” ha detto ieri in una conferenza stampa, ed ha aggiunto che la sua nomina sarebbe “altamente improbabile”: “Sto ancora scrivendo i biglietti di ringraziamento per gli auguri per la nomina a cardinale” ha aggiunto scherzando, con lo humour per il quale è noto. I bookmaker per ora gli danno ragione (ci sono almeno una decina di cardinali che vengono dati per più “papabili” di lui), ma è presto per sbilanciarsi.

Corporatura imponente (Sua Immensità, pare che i sacerdoti lo chiamino a volte scherzando), origini irlandesi rese evidenti anche dall’indole gioviale e dall’incarnato rubizzo, Dolan è nato e cresciuto a St. Louis, in Missouri. Negli anni Novanta visse a Roma, dove fu rettore del Pontificio Collegio Americano; dopodiché venne ordinato arcivescovo di Milwaukee, in Wisconsin, dove Giovanni Paolo II lo mandò a porre rimedio agli scandali lasciati dal predecessore Rembert Weakland dimessosi dopo aver ammesso “relazioni inappropriate” con un uomo: nel 2004 fu uno dei pochi vescovi a pubblicare i nomi dei sacerdoti della sua diocesi accusati di pedofilia, anche se i suoi detrattori lo accusarono di essersi limitato a quelle prese di posizione mediatiche senza andare fino in fondo nel perseguire quelle malefatte. Infine nel 2009 approdò a New York (che è la arcidiocesi più prestigiosa degli Stati Uniti, e la più grande dopo quella di Los Angeles) su nomina di Benedetto XVI, che poi lo ha elevato Cardinale giusto un anno fa.

Dolan, come ricordato dal New York Times, si pone in perfetta sintonia con "B16" come è solito chiamarlo lui affettuosamente, nel collocarsi con convinzione tra coloro che nella Chiesa affermano la priorità, tipicamente ratzingeriana,della “nuova evangelizzazione”, ossia di una rievangelizzazione dell’ “Occidente secolarizzato”; ciò che forse lo differenzia maggiormente da colui al quale secondo alcuni potrebbe essere chiamato a succedere è invece la propensione a “sporcarsi le mani” con la politica senza tante ritrosie. Negli ultimi anni è stato protagonista dichiarato della battaglia contro la riforma sanitaria di Obama in quanto lesiva della libertà religiosa, nella parte in cui obbliga i datori di lavoro a includere nelle polizze sanitarie che essi devono obbligatoriamente pagare ai loro dipendenti anche la copertura assicurativa di contraccezione, sterilizzazione e aborto. Battaglia persa, sul piano prettamente politico; ma nel condurla, ha notato Jon Meacham l’anno scorso nel tracciare il suo ritratto tra le “100 persone più influenti del mondo” secondo TIME, egli ha comunque ottenuto un risultato enorme, ossia quello di “ricollocare se stesso e la sua Chiesa al centro del discorso politico nazionale, una piazza a lungo dominata dagli evangelici protestanti”.
La sua vicinanza al Partito Repubblicano parve sin troppo evidente quando alla fine di agosto egli portò la sua benedizione all’apertura della Convention Nazionale del Grand Old Party che a Tampa consacrava la candidatura presidenziale di Mitt Romney.

Ma ben presto la polemica rientrò allorché la sua benedizione venne inserita in extremis anche tra i rituali di apertura della Convention Democratica di Charlotte (benedizione nella quale peraltro egli approfittò sfacciatamente per lanciare severe allusioni antiabortiste e contro i matrimoni omosessuali - altra questione che lo ha visto contrapposto ad un leader Democratico, in questo caso il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, cattolico ma divorziato, pro-choice e gay-friendly).
Infine, da segnalare il fatto che Dolan si è distinto in questi anni per un non comune talento comunicativo, imponendosi come vero e proprio “frontman” sulla ribalta mediatica (in tutti i modi: è attivo su Twitter ed ha anche un blog). In questo, se mai dovesse divenire Papa, somiglierebbe probabilmente più a Giovanni Paolo II che a Benedetto XVI. C’è poi una seconda affinità in questo senso: egli è uomo vigoroso e relativamente giovane (sessantadue anni), e quindi il suo avrebbe buone chance di essere un papato lungo, come quello di Giovanni Paolo II che divenne Papa a cinquantotto anni e lo rimase per ventisette.

giovedì 24 gennaio 2013

OBAMA UN "REAGAN DI SINISTRA"?


La blogstar Andrew Sullivan, forse l’ultimo obamiano sfegatato non-di-sinistra rimasto su piazza, lo aveva ipotizzato già a settembre, a campagna elettorale più aperta che mai: se Barack Obama avesse vinto la rielezione, avrebbe potuto tentare di essere “Il Reagan dei Democratici” (Newsweek ci fece una delle sue ultime copertine prima di abbandonare l’edizione cartacea). Nel senso di un “transformational president”, un presidente che non si limita a governare il paese ma si spinge molto oltre, lo trasforma, determina con la propria leadership uno smottamento non solo nel voto ma persino nella mentalità di gran parte degli elettori – anche fra i simpatizzanti del partito avversario – destinato a durare ben più del suo mandato, per almeno una generazione.

Ora, dopo il suo discorso di inaugurazione di lunedì, nel quale molti hanno letto un audace spostamento a sinistra rispetto ai compromessi del primo mandato, sono in molti a riprendere questa immagine.

Oggi da sinistra lo fa E. J. Dionne sulle colonne del Washintgon Post: dopo aver ricordato come Nel gennaio del 2008, l'aspirante candidato Obama confessò ai giornalisti di ammirare Reagan, perché "aveva cambiato la traiettoria dell'America in un modo in cui non lo aveva fatto Richard Nixon, e nemmeno Bill Clinton", Dionne afferma che oggi “Come Reagan, Obama tenta di attuare il suo programma non cercando il sostegno dei leader del partito di opposizione, bensì conquistando una minoranza dei repubblicani meno intransigenti – specialmente i parlamentari del Nordest, della Coste Ovest e di parte del Midwest che sentono da che parte tira il vento della politica dalle loro parti”.

Ma anche da destra c’è chi la vede in termini sostanzialmente analoghi: Rich Lowry, direttore della rivista conservatrice National Review, ieri in un corsivo su The Politico notava che nel proclamare, inaugurando il proprio secondo mandato, la sua visione a favore di “più intervento statale e politiche più di sinistra sui temi sociali”, “Obama sta recitando la sua parte, come vuole il nuovo cliché, per arrivare ad essere il Reagan della sinistra”. Lowry aggiunge però una importante nota di scetticismo: "Per diventare un personaggio di perpetua trasformazione come Reagan, però, serve ben altro. Dovrà terminare il proprio mandato venendo adorato. Dovrà consolidare la sua eredità vincendo di fatto una sorta di terzo mandato” (l’allusione è al mandato presidenziale di Bush padre, ndt). “E le sue politiche dovranno funzionare, come fece Reagan vincendo la guerra fredda e rilanciando l'economia”.

A voler essere pignoli, c’è anche un ulteriore elemento a lasciare perplessi rispetto alla ipotesi di un “percorso reaganiano” per la presidenza Obama. Quando nel 1984 Reagan venne rieletto trionfando in 49 Stati su 50, ottenne il 26% del voto democratico, esattamente lo stesso di quattro anni prima, e ben il 63% - più del doppio - di quello degli elettori indipendenti: tanto che da allora è divenuto usuale parlare di Raegan democrats (democratici reaganiani) per indicare quegli elettori di sinistra (prevalentemente bianchi del Sud e operai del Nord e del Midwest) spesso disponibili a votare per un candidato repubblicano.
Di un equivalente a parti invertite, di un consistente pezzo di America estraneo all’area del Partito Democratico ma ciò nondimeno incline a dare la propria adesione alla visione, anche ideale se non ideologica, della quale Barack Obama si propone come interprete ed ispiratore, ad oggi non si vede traccia.

martedì 22 gennaio 2013

"ROE CONTRO WADE" COMPIE 40 ANNI. UN CASO ANCORA APERTO?

Si chiamava Norma McCorvey e lavorava come cameriera in un bar. Era bisessuale. Era alcolizzata e tossicodipendente. Nel 1971 si era rivolta al Tribunale di Dallas sostenendo di essere rimasta incinta a seguito di uno stupro: aveva chiesto di essere autorizzata ad abortire, nonostante la legge del Texas vietasse l’aborto sanzionandolo come un crimine.

Nacque così la mitica causa “Roe contro Wade”, che esattamente quarant’anni fa, il 22 gennaio del 1973, si concluse con quella che ancora oggi rimane la più controversa sentenza mai pronunciata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti - tant’è che non solo oggi per il quarantennale, ma ogni anno nel giorno dell’anniversario, per quarant’anni il grande plateatico davanti al palazzo neoclassico, ove la Corte ha sede, è stato teatro di pacifiche ma accese manifestazioni, sia a favore che contro quella storica decisione.

“Roe” sta per “Jane Roe”, lo pseudonimo usato in America per garantire l’anonimato alla donna durante un processo (in Italia i giuristi potrebbero usare “Tizia”, ma i giornalisti non sarebbero tenuti ad altrettanta discrezione). “Jane”, ossia Norma, molti anni dopo avrebbe confessato di aver in realtà partorito e dato la bimba in adozione (cosa che aveva già fatto altre due volte in precedenza), e di aver mentito al Tribunale su suggerimento del suo giovane avvocato, Sarah Weddington.
Sarah era un'appassionata militante pro choice: lo era divenuta avendo a propria volta vissuto in prima persona il trauma di un aborto clandestino. Volle “creare il caso” anche a costo di ricorrere a quella grave forzatura (ironia della sorte, nel 1995 la signora McCorvey si sarebbe trasformata in una “cristiana rinata” e sarebbe divenuta un’attivista del movimento pro life).
“Wade”, la controparte formale nel processo, era Henry Wade, il procuratore distrettuale della contea di Dallas che si trovò a rappresentare lo Stato del Texas non solo in primo grado, vincendo, ma anche nel conseguente appello davanti alla Corte Suprema (il vero fine per cui la Weddington aveva imbastito la causa). Curiosamente, Wade faceva così la sua seconda comparsata nella storia: nel 1963 era stato lui a rappresentare l’accusa nel primo processo per l’assassinio di John Kennedy (in cui l’imputato non era l’assassino del presidente, Lee Oswald, bensì quel Jack Ruby che due giorni dopo aveva a sua volta assassinato l’assassino).
Non aveva mai perso neanche una causa, Wade: quella intentata da “Jane Roe” fu la prima. Il 22 gennaio 1973 la Corte Suprema, con una maggioranza di 7 a 2, decretò l’incostituzionalità della legge del Texas che vietava l'aborto. La donna, scrissero i giudici, ha un diritto costituzionale ad interrompere la gravidanza: ha diritto ad abortire “per qualsiasi ragione” per tutto il primo semestre di gravidanza, mentre negli ultimi tre mesi solo “per ragioni di salute”. 
Quello stesso giorno, contemporaneamente a “Roe contro Wade”, la Corte Suprema decise anche il caso gemello “Doe contro Bolton”, stabilendo che nel verificare le “ragioni di salute” che giustificavano l’aborto, il medico avrebbe dovuto considerare rilevanti non solo le questioni attinenti la salute in senso stretto, ma anche tutti gli altri fattori rilevanti per il benessere della paziente, inclusi quelli “emozionali, psicologici, familiari”.
La motivazione della sentenza, alquanto “creativa”, era ricalcata su quella con la quale la Corte nel 1965, aveva deciso il caso “Grisvold contro Connecticut” decretando l’incostituzionalità delle leggi che vietavano i metodi anticoncezionali. In quel caso la Corte aveva affermato l’esistenza di un diritto costituzionale “alla privacy”, cioè alla non intrusione dello Stato nelle faccende più intime e private dei cittadini, desumibile - con buona dose di fantasia esegetica - dalla due process clause sancita dal quattordicesimo emendamento della Costituzione (“nessuno Stato priverà alcuna persona della vita o della libertà o della proprietà se non in seguito ad un regolare processo secondo diritto”).
“Roe contro Wade” cambiò la società americana; e lo fece di punto in bianco, con un colpo d’accetta. Fino ad allora l’interruzione di gravidanza negli USA era regolata non a livello federale, ma dalla legislazione dei singoli Stati: nella maggioranza era vietata tout court, o consentita a condizioni molto restrittive. Da quel momento in poi, invece, la “libertà di abortire” diventava improvvisamente un diritto costituzionale, inviolabile e tendenzialmente collocato fuori dal campo d’azione dei legislatori democraticamente eletti (incluso quello federale). Anche per questo, quella decisione non sarebbe mai stata del tutto metabolizzata.
La decisione posta alla base di “Roe contro Wade” si fonda sull’assunto che fino al compimento dei sei mesi di gravidanza la questione dell’aborto non vede contrapposte due persone, perché il feto non può essere tutelato come persona finché non è “vitale” (“viable”), ossia capace di sopravvivere fuori dal grembo materno: fino ad allora, sta alla madre scegliere liberamente se portare o no a termine la sua gestazione.
Venne così introdotta negli USA una facoltà di abortire di gran lunga più ampia di quella sancita di lì a cinque anni in Italia, dove l’applicazione che si è data alla legge 194 ammette l'aborto senza limitazioni solo nei primi tre mesi di gravidanza. Nel secondo trimestre, la legge italiana consente solo l’aborto giustificato dal fatto che la gravidanza stessa o il parto mettano a repentaglio la salute della donna, oppure dal fatto che siano pronosticabili “rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro”.
Nel regime americano creato da “Roe contro Wade”, invece, l’unico distinguo tra il primo e il secondo trimestre è che nel primo le modalità dell’aborto vanno liberamente determinate dalla donna e dal suo medico, mentre nel secondo trimestre "lo Stato, nel promuovere il suo interesse alla salute della madre, può, se vuole, regolamentare le procedure abortive in termini ragionevolmente correlati alla salute della donna". Il legislatore americano, quindi, può al massimo regolamentare il “come”, la scelta di quale tecnica abortiva adottare; e comunque solo per il secondo trimestre, e solo nell’interesse della donna stessa, non del feto (di fatto vige ampia libertà di ricorso a tutte le tecniche, incluso l’aborto chimico tramite la pillola RU486).
Da quarant’anni, su “Roe contro Wade” non si ragiona: senza se e senza ma, è dogma indiscutibile per la sinistra liberal, e mostro da abbattere per i conservatori. Qualche anno fa, l’Economist notò come il tema dell’aborto sia al centro di uno dei principali paradossi della politica americana: la gran maggioranza degli elettori repubblicani è generalmente ostile all'intervento statale nella vita del cittadino, ma vorrebbe che lo Stato intervenisse in modo molto più consistente e più severo nel limitare la facoltà di abortire; la gran parte dei democratici, per contro, è favorevole su quasi tutto il resto all’intervento pubblico, ma su questo tema difende “senza se e senza ma” la libertà di scelta individuale della donna.
In realtà la questione è meno apocalittica di come l’opinione pubblica americana è abituata a considerarla. Quand’anche la Corte Suprema adottasse un nuovo orientamento giurisprudenziale che liquidasse quello introdotto con “Roe contro Wade”, l’effetto non sarebbe la automatica proibizione dell’aborto su tutto il territorio nazionale, bensì la restituzione ai parlamenti dei singoli Stati, ed anche del parlamento federale di Washington, della competenza a legiferare sull’argomento.
È vero che se quel precedente venisse smentito in modo netto, l’indomani potrebbero tornare automaticamente in vigore le preesistenti legislazioni antiabortiste di alcuni Stati che con “Roe contro Wade” vennero dichiarate incostituzionali; in particolare, in sette Stati (Arkansas, Louisiana, Michigan, Oklahoma, South Dakota, Texas e Wisconsin) l’aborto tornerebbe lì per lì ad essere vietato senza nemmeno eccezioni per la salute della donna, e solo in quattro Stati rimarrebbe legale “on demand” (senza condizioni) nei primi mesi di gravidanza. Ma è pur vero che in breve tempo la parola tornerebbe ai legislatori, ai rappresentanti del popolo democraticamente eletti, e la normativa potrebbe essere adattata alla sensibilità e alla mentalità degli elettori del Ventunesimo secolo.
Nelle aule di tribunale il precedente di “Roe” non venne rimesso seriamente in discussione per un ventennio: fino al caso “Planned Parenthood contro Casey” del 1992. Bob Casey era il governatore democratico della Pennsylvania, un antiabortista al quale per tale ragione quello stesso anno fu impedito di tenere un discorso alla convention del partito a Filadelfia in cui Bill Clinton riceveva l’investitura a candidato per la Casa Bianca (è anche il padre del senatore democratico Bob Casey Junior, il quale, anche lui pro-life come il papà, alle elezioni di medio termine del novembre 2006 apodestò dal seggio senatoriale il repubblicano ultrareligioso Rick Santorum: una tenzone tra un antiabortista di destra e uno di sinistra).
La Planned Parenthood, che è il principale network di cliniche per gli aborti del Paese ma anche la principale lobby pro-choice, riuscì a sottoporre al giudizio della Corte Suprema la legge della Pennsylvania, voluta per l’appunto dal governatore Casey, che stabiliva che alla donna che chiedeva di abortire potesse essere accordata la relativa facoltà solo a condizione che ne avesse dato notizia al marito, nonché ai genitori se minorenne, e che attendesse un intervallo di 24 ore sottoponendosi ad una seduta di consenso informato. I giudici di Washington ritennero che l’apposizione di quei “paletti” non fosse di per sé illegittima, perché "non sempre le leggi che rendono più difficile l'esercizio di un diritto ne comportano, per ciò stesso, la violazione", mentre “soltanto quando la legge impone un limite eccessivo (“undue burden”) alla capacità di scelta della donna, allora lo Stato viola il nucleo della libertà protetta dalla due process clause”.
E quindi sì alla condizione del previo avviso ai genitori della minore, così come a quella dell’attesa delle 24 ore e della seduta di consenso informato (che oggi è prescritta dalla legislazione di 28 Stati), ma no all'obbligo di comunicare l'intenzione di abortire al marito. Ma quel che più conta è che la Corte confermò esplicitamente il precedente di “Roe contro Wade” come stella polare di ogni successiva decisione in materia, spingendosi ad affermare che grazie a quella sentenza "la capacità delle donne di prendere parte alla vita economica e sociale è stata agevolata dalla loro capacità di controllare la loro vita riproduttiva".
L’ultimo episodio della saga è del 18 aprile del 2007, quando la Corte Suprema “salvò” la legge federale voluta da Bush che vieta il “partial birth abortion”, l’aborto tardivo tramite nascita parziale. In questo caso venne messa in discussione la libertà della donna di scegliere liberamente ed incondizionatamente se abortire fino al sesto mese. Motivo del contendere era solo la tecnica abortiva che serviva ad aggirare il divieto di abortire dopo lo scadere di quel termine. Il feto veniva girato in posizione podalica, poi veniva estratto tutto il corpicino tranne la testa, e a quel punto gli veniva forata la nuca e gli si aspirava il cervello con un catetere; cosicché il bimbo veniva partorito con il cranio svuotato.
In questo modo, quando usciva del tutto dal grembo materno non era più “vitale”, per cui formalmente il limite sancito da “Roe contro Wade” figurava essere stato rispettato. I “pro-choice” sostenevano che in quel modo il feto moriva comunque senza soffrire, perché fino alla ventinovesima settimana i collegamenti tra la corteccia celebrale e l’ipotalamo, che consentono la percezione del dolore, non sono ancora attivi. In Italia la legge 194 non consente questo metodo abortivo, perché prevede che comunque dopo il sesto mese non si possa interrompere una gravidanza senza predisporre ogni cura per la salvaguardia del bambino: persino se la madre è in «grave pericolo di vita» non si può praticare deliberatamente un aborto, ma solo indurre il parto adottando «ogni misura idonea» per salvare la vita del figlio.
Un tempo la promessa di nominare alla Corte Suprema giudici favorevoli o contrari a “Roe” era uno dei cavalli di battaglia di un candidato alla Casa Bianca; Ma negli ultimi anni la “guerra culturale” per antonomasia è passata sempre più in secondo piano.
Durante le elezioni presidenziali del 2008, il tema fu quasi assente. Ad agosto, quando la campagna elettorale entrava nel vivo, il celebre pastore evangelico Rick Warren intervistò simmetricamente in diretta tv entrambi i candidati su temi eticamente sensibili, e ad entrambi chiese di pronunciarsi su quale sia il momento in cui un bambino diviene titolare di diritti umani. Il candidato repubblicano John McCain, pur non essendosi mai distinto per bigotteria né per zelo religioso, rispose a botta sicura: “al momento del concepimento”.

Barack Obama era solito ostentare la sua religiosità ben più dell’avversario repubblicano, ma in quel frangente cercò di glissare con una battuta agrodolce: “che Lei la metta sotto una prospettiva teologica, o sotto una prospettiva scientifica, comunque una risposta precisa a questa domanda rimane, per così dire, al di sopra delle mie mansioni”. Dopodiché rese la “professione di fede” dalla quale nessun democratico ortodosso può esimersi - “in termini generali io sono pro-choice, e credo in “Roe contro Wade” - e spiegò che come politico preferiva occuparsi di come si può ridurre il numero degli aborti, ferma restando la libertà di scelta eccetera eccetera. Si trattò di una parentesi piuttosto sonnolenta, in una campagna elettorale incentrata su tutt'altro.
Pochissima attenzione venne dedicata anche al fatto che Obama, poco prima dell’inizio delle primarie, intervenendo ad un convegno della Planned Parenthood aveva dichiarato che, se eletto, il suo primo atto come Presidente sarebbe stato quello di firmare il “Freedom of Choice Act”. Si tratta di un disegno di legge presentato nel 2003 dal deputato democratico di New York Jerold Nadler ma mai messo ai voti, che propone di codificare, cioè di trasformare in legge, il principio coniato da “Roe contro Wade” nella sua versione più “pura”, abrogando cioé tutte le restrizioni federali alla libertà di abortire sino ad oggi “ammesse” dalla giurisprudenza della Corte Suprema - ivi incluso lo stesso divieto di partial-birth abortion.
Il 22 gennaio 2009, nel trentaseiesimo anniversario di “Roe”, il neo-eletto (anche con il 52% del voto cattolico) presidente Obama, insediatosi da poche ore alla Casa Bianca con un rito religioso officiato anche dal reverendo Warren, firmò un ordine esecutivo (insieme a una dozzina di altri, tra i quali quello tanto applaudito che decretò la chiusura entro un anno del carcere di Guantanamo, destinato a rimanere lettera morta), con il quale abrogò il divieto - introdotto da Reagan un quarto di secolo prima, poi revocato da Clinton, e infine ripristinato da Bush - di finanziare con fondi federali le organizzazioni non governative che promuovono l’aborto all’estero (la cosiddetta “Mexico City Policy”). Nessun accenno, invece, al “Freedom of Choice Act”, che non è più stato nemmeno ripresentato. Pochi mesi dopo, in una conferenza stampa primaverile, il presidente avrebbe dichiarato che quella legge non rientrava fra le sue “priorità legislative”.
Ora Obama – che durante il suo primo mandato ha nominato alla Corte Suprema due donne, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan, che vengono considerate due prochoice ma non hanno mai palesato grande attivismo sul tema - è stato rieletto dopo una campagna elettorale nella quale il tema è stato, se possibile, persino più assente di quanto lo era stato in quella del 2008. Di fatto si dà ormai per scontato che la questione a livello federale sia fossilizzata nei principi di "Roe", e che solo nella legislazione dei singoli Stati ci sia ancora una partita aperta.
Secondo uno studio del Guttmacher Institute, una associazione prochoice, nei 50 Stati solo nel 2011 sono state approvate ben 91 leggi restrittive rispetto alla facoltà di abortire. Nella maggior parte dei casi si tratta dell’esclusione dall’accesso ai fondi pubblici previsti da ObamaCare per le assicurazioni sanitarie che includano l’aborto tra le pratiche mediche rimborsabili. Ma quando lo scorso 6 novembre questo tipo di provvedimento è stato messo ai voti con referendum in Florida, è stato bocciato dal 55% degli elettori – quasi il 5% in più rispetto a quelli che hanno votato per la rielezione di Obama. 
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