martedì 21 ottobre 2025

E CHIEF JUSTICE ROBERTS FU

 


George W. Bush era all’inizio del suo secondo mandato presidenziale. Per ben dodici anni la compagine dei giudici costituzionali era rimasta invariata: Bill Clinton aveva nominato la famosa 
Ruth Bader Ginsburg nel lontano 1993, al principio del suo primo mandato, e poi Stephen Breyer l’anno dopo, sempre durante il suo primo mandato; dopodiché non c’era più stata occasione di nominare nuovi giudici, né per Clinton durante il suo secondo mandato, né per lui durante il suo primo.

Poi, nel luglio di quel tormentato 2005 - un mese prima del disastro dell’uragano Katrina - Sandra Day O’Connor decise di andare in pensione. Nominata nel 1981 da un Ronald Reagan insediatosi da pochi mesi, O’Connor era stata la prima donna a far parte della Corte. Era sempre stata una “centrista”, un ago della bilancia tra liberal e conservatori.

Fu inizialmente per occupare quello scranno che Bush candidò John Roberts, giudice della Corte d’Appello del Distretto di Columbia, già avvocato di successo. Cresciuto nella provincia dell’Indiana e poi laureatosi magna cum laude alla Harvard Law School nel 1976, era sempre stato di area repubblicana, consulente per la Casa Bianca negli anni di Reagan e di Bush padre; ma non si era mai distinto per attivismo o per prese di posizione politicamente spinte.

Roberts all’epoca aveva solo 50 anni e sarebbe stato quindi un giudice costituzionale particolarmente giovane: fatto questo tutt’altro che secondario, dal momento che la carica (per garantirne la massima indipendenza) è vitalizia.

I democratici, in vista dell’esame che Roberts avrebbe dovuto passare per ottenere dal Senato la ratifica della sua nomina, si misero a frugare nel suo curriculum; ma non saltò fuori praticamente nulla. Nulla, salvo il fatto che era un cattolico praticante: la sua successione alla O’Connor, che era episcopale, forzava gli equilibri “religiosi” nella Corte portando a quattro il numero dei giudici cattolici (massimo storico: già tre cattolici su nove erano maggioranza relativa, se si considera che in questi conteggi i due protestanti Rehnquist e Stevens erano difficilmente aggregabili alla episcopale O’Connor - gli episcopali sono gli anglicani d’America, e quindi fanno categoria a sé).

A parte questo, tutto faceva di Roberts un campione di moderatismo: un perfetto candidato “non problematico”. Anzi: saltò fuori che da avvocato per 25 anni aveva fatto anche il difensore d’ufficio, prestando assistenza legale totalmente gratuita anche a un condannato a morte in Florida e a diversi senzatetto; e che in un’occasione aveva fornito una consulenza gratuita agli avvocati di alcuni attivisti omosessuali in una causa contro lo Stato del Colorado.

Poi, il 4 settembre morì il presidente della Corte. William Rehnquist, ottantenne e da tempo malato di cancro alla tiroide, era stato nominato giudice costituzionale da Nixon nel 1972, e promosso Chief Giustice da Reagan nel 1986. Era sempre stato un conservatore di ferro, e un antiabortista convinto (era stato lui l’estensore del parere di minoranza della mitica sentenza Roe contro Wade).

Poche ore dopo la notizia della scomparsa di Rehnquist, Bush sparigliò, annunciando che a quel punto la candidatura di Roberts, il quale di Rehnquist era stato assistente in gioventù, non era più alla successione a O’Connor, ma dello stesso Chief Justice.

Questo stravolgeva l’impatto politico della candidatura di Roberts: farlo succedere a O’ Connor avrebbe significato sostituire un giudice “non schierato” con uno “di destra”, sebbene molto moderato; mentre designarlo come successore di Rehnquist significava sostituire un giudice “molto di destra” con uno pure di destra, sì, “ma un po’ meno”, e oltretutto nel ruolo apicale.

Una settimana dopo, nella prima sessione di audizione parlamentare per la conferma, Roberts fece di tutto per mettere in risalto la propria avversione per la figura del giudice “d’assalto”, del magistrato attivista politico. Dichiarò che secondo lui i giudici costituzionali devono avere “l’umiltà di riconoscere che operano all’interno di un sistema di precedenti”, e che non sono come i politici, che possono promettere determinate cose in cambio del voto. Sono piuttosto come degli arbitri: non creano le regole, si limitano ad applicarle. Il ruolo di un arbitro, così come quello di un giudice, è fondamentale: entrambi assicurano che tutti giochino secondo le regole. Tuttavia è un ruolo limitato. Nessuno è mai andato a una partita di baseball per vedere l’arbitro… se la mia nomina sarà confermata, io mi ricorderò sempre che il mio lavoro è quello di chiamare le palle e gli strike, non di lanciare o battere”.

Il 30 settembre il nuovo Presidente venne confermato con il voto di tutti i senatori repubblicani, ma anche della metà esatta dei senatori democratici (22 su 44): 78 voti a favore, 22 contro. Fra i 22 che votarono contro, vi erano tutti quelli che coltivavano l’ambizione di candidarsi alle presidenziali nel 2008: Hillary Clinton, Joe Biden, John Kerry, e il giovane Barack Obama. Quest’ultimo, prima della votazione, era intervenuto azzardando una goffa analogia sportiva che voleva controbattere a quella dell’arbitro di baseball usata da Roberts: “l’adesione ai precedenti giurisprudenziali e la semplice applicazione delle regole interpretative risolverà il 95% dei casi che vengono portati in tribunale, al punto che sia uno Scalia che una Ginsburg arriveranno alla medesima decisione in quel 95% dei casi; ma ciò che conta alla Corte Suprema è quel 5% di casi che sono veramente difficili. In quei pochi casi, il rispetto dei precedenti e le regole di interpretazione aiuterà a superare solo il 25° miglio della maratona; ma l’ultimo miglio può essere determinato solo sulla base dei propri valori più profondi, delle proprie preoccupazioni fondamentali, delle proprie prospettive più ampie su come funziona il mondo e della profondità e ampiezza della propria empatia...In questi casi difficili, l’ingrediente fondamentale è fornito da ciò che è nel cuore del giudice”.

L’immagine dell’arbitro vinse su quella del maratoneta: Roberts divenne l’unico membro giovane di una Corte che in quel momento era composta solo da magistrati anziani (John Paul Stevens, il quale durante le sedute sedeva alla sua destra, aveva trentacinque anni più di lui); e altresì uno dei Presidenti più giovani nella storia della Corte (per rinvenirne uno più giovane tocca risalire ai tempi dei Padri Fondatori, quando nel 1801, nel passaggio fra la presidenza di Adams e quella di Jefferson, John Marshall divenne Chief Justice a soli 46 anni).

Restava, a quel punto, da sostituire O’Connor. Bush stavolta decise che sarebbe toccato a un’altra donna, per selezionare la quale commissionò una lista di papabili alla sua più fidata consulente in questo ambito: Harriet Miers, avvocato di grido e texana come lui, prima donna a presiedere l’associazione forense di Dallas e poi quella del Texas, nonché prima donna a presiedere una delle più importanti aziende legali del Paese, una dei consiglieri più fidati di Bush sin da quando lui era diventato governatore del Texas nel 1995. Ben presto, Bush decise di lasciar perdere la lista delle papabili per indicare proprio Miers come candidata, nonostante non avesse un curriculum da giudice.

Quella candidatura, però, durò solo appena tre settimane: molti senatori repubblicani avevano mal digerito la nomina di Roberts, in quanto troppo moderato, e scalpitavano per ottenere, stavolta, la nomina di un giudice “più di destra”. Il 27 ottobre, la Casa Bianca ritirò la candidatura della Miers (formalmente fu lei a rinunciare, ma solo in termini di galateo istituzionale).

A quel punto Bush concesse all’ala destra del partito ciò che volevano, candidando Samuel Alito: 55 anni, giudice presso la terza Corte d’appello di Filadelfia, conservatore duro e puro sullo stampo di Antonin Scalia. Pare che qualcuno lo avesse soprannominato “Scalito” proprio per paragone con il leader della fazione conservatrice della Corte, con il quale condivideva le origini italiane – fra l’altro, da buon italoamericano, era cattolico praticante: fu così che i cattolici divennero maggioranza assoluta nella Corte, per la prima volta nella storia.


Uscito su Jefferson - Lettere sull'America

martedì 15 aprile 2025

SE L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE RESUSCITA IL NUCLEARE IN AMERICA

 


La recente notizia della riattivazione (fra tre anni) della centrale nucleare di Three Mile Island, in Pennsylvania, per alimentare un data center di Microsoft ha una enorme portata quantomeno sul piano simbolico ed evocativo. Three Mile Island è infatti la centrale nucleare che nel 1979 fu teatro del famoso incidente che cambiò la storia del nucleare civile negli USA. Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, si può ormai affermare con tutta serenità che quell’incidente non causò una sola vittima; ma all’epoca si temette il contrario – e il panico venne alimentato dal contesto della Guerra Fredda, che induceva la gente ad associare istintivamente il nucleare civile alla bomba atomica, ma anche dalla banale coincidenza dell’uscita nelle sale, giusto un paio di settimane prima, del film Sindrome cinese, con protagonista Jane Fonda nel ruolo della cronista d’assalto che riesce a svelare un incidente in una centrale nucleare che i responsabili stanno tentando di tenere segreto.

Dalla paura di quei giorni prese il via la prima grande campagna antinuclearista, che fu l’archetipo di quelle poi seguite in Europa negli anni Ottanta (indimenticabili le cinque serate consecutive del concerto No Nukes al Madison Square Garden di New York con Jackson Browne, Bruce Springsteen e James Taylor). Dopo Three Mile Island, gli USA non chiusero le centrali ma smisero di costruirne. Non vi fu una moratoria generale e formale, ma normative sulla sicurezza sempre più restrittive e onerose si unirono alla forte opposizione dell’opinione pubblica. All’epoca dell’incidente erano state autorizzate 129 nuove centrali negli Stati Uniti: ne vennero completate solo 53, mentre altrettante vennero cancellate solo fra il 1980 e il 1984.

Quando Obama si insediò alla Casa Bianca nel 2009, negli USA c'erano 104 centrali, poco più della metà di quelle attive in Europa (197). Obama pose fine alla moratoria, sfidando anche la nuova ondata di panico che scaturì dall’incidente alla centrale giapponese di Fukushima. Nel 2010 fece stanziare garanzie federali per 8,33 miliardi di dollari e un anno dopo rilanciò, facendo inserire nel budget per l’anno fiscale 2012 la bellezza di 36 miliardi di dollari in garanzie federali per i nuovi reattori, con uno stanziamento di oltre 800 milioni in aiuti per la ricerca sul nucleare. Si parlò a quel punto di rinascimento nucleare negli Stati Uniti; ma quel primo tentativo naufragò miseramente, soprattutto a causa della concorrenza del gas naturale a basso costo, che rendeva antieconomico costruire le (costosissime) nuove centrali nucleari. Delle 30 nuove autorizzate, non ne venne costruita nemmeno una.

Quello che oggi fa la differenza rispetto a 15 anni fa sono i nuovi data center, indispensabili per lo sviluppo delle nuove soluzioni di intelligenza artificiale generativa: sono più energivori di qualunque fabbrica, non solo per l’alimentazione delle migliaia di server che contengono ma anche per il loro raffreddamento. Addirittura, si afferma che alcuni dei nuovi data center abbiano da soli un fabbisogno energetico superiore a quello di una città. Per cui è impossibile far fronte a questa nuova fame di energia elettrica contando solo sulle fonti già disponibili.

La riattivazione di Three Mile Island per Microsoft non è un caso isolato, anzi. Per la stessa finalità, il gruppo Alphabet – che controlla Google – ha recentemente firmato con la californiana Kairos Power un contratto senza precedenti per acquistare energia da sei o sette nuovi SMR (small modular reactors, letteralmente “piccoli reattori modulari”), praticamente dei piccoli reattori nucleari “prefabbricati”, meno costosi da costruire e installare, che producono fino a 300 megawatt (a differenza delle centrali di quarta generazione che sono in grado di raggiungere i 1500 Mwe). Il primo dovrebbe entrare in funzione entro il 2030, seguito dagli altri fino al 2035. Nel frattempo TerraPower, una startup fondata (e lautamente finanziata) da Bill Gates, ha iniziato a costruire a Kemmerer, in Wyoming, una centrale nucleare basata su una nuova tecnologia che, usando come refrigerante il sodio liquido invece dell’acqua, dovrebbe funzionare con reattori più piccoli (circa un terzo di quelli tradizionali) e promette di dimezzare i costi di produzione. Il tutto mentre Meta (la società che controlla Facebook, Instagram e Whatsapp) ha pubblicato una manifestazione di interesse all’acquisto di energia nucleare “per coniugare lo sviluppo della AI con la sostenibilità”.

Poi chissà, magari fra un anno sarà già scoppiata un’altra bollaOppure no.


Uscito su Jefferson - Lettere sull'America

mercoledì 19 marzo 2025

ELON MUSK, IL MARZIANO


 Il 19 marzo 2025, presso la Società Letteraria di Verona, ospite della Associazione Italia - Stati Uniti, ho ricostruito e raccontato la storia di Elon Musk e della sua SpaceX, dalle origini a oggi. Qui il video integrale.

martedì 19 settembre 2023

L'ESTATE DELLE CANZONI COUNTRY ARRABBIATE

 


Quella del 2023 è stata una strana estate per la 
musica americana. Un’estate dominata più dalle polemiche politiche che dai tormentoni da spiaggia e nella quale due protagonisti si sono avvicendati sul proscenio in modo brusco e convulso.

Il primo si chiama Jason Aldean e, anche se non ne serbate ricordo, probabilmente vi era già capitato di inciampare nel suo nome sei anni fa: c’era lui a Las Vegas sul palco del festival “Route 91 Harvest” quel maledettissimo 1 ottobre 2017 quando uno psicopatico, dopo lunga premeditazione, si mise a sparare sul pubblico con dei fucili d’assalto dalla finestra della sua camera di hotel, uccidendo 60 persone e ferendone più di 400 – la sparatoria più mortale mai perpetrata da un solo uomo nella storia degli Stati Uniti.

Oggi la ragione per la quale tornate ad incontrarlo è di gran lunga meno tragica, ma anche in questo caso esula dalle pure e semplici cronache musicali.

Stavolta la vicenda che lo vede protagonista ruota attorno a una sua canzone, “Try it in a Small Town”, che era stata pubblicata lo scorso 22 maggio e per quasi due mesi aveva galleggiato nella penombra, senza che il messaggio politico contenuto nel testo destasse particolare attenzione. Aldean, come la maggior parte dei cantanti country, non nasconde infatti simpatie politiche di destra.

Derubare una vecchietta ferma a un semaforo

Puntare la pistola contro un negoziante

Insultare un poliziotto e sputargli in faccia

Calpestare la bandiera e darle fuoco

Se per questa merda te la fanno passare liscia in città, buon per te

Ma queste cose prova a farle in un paese di provincia

E vedrai quanta strada farai

Da queste parti ci pensiamo noi a sistemare le cose

Con i nostri bravi ragazzi, cresciuti come si deve

E con la pistola del nonno…

La contrapposizione fra la decadenza e la corruzione della grande città e la virtù e la schiena dritta della gente di campagna è da decenni un topos ricorrente nelle canzoni country, al quale lo stesso Aldean non è nuovo. Una decina d’anni fa, quando era da poco divenuto una superstar, se ne uscì con un brano intitolato “Fly Over States” nel quale raccontava di due sbruffoncelli di città che durante un volo da New York a Los Angeles, tanto per passare il tempo, si mettevano a commentare con disprezzo il paesaggio dell’Oklahoma che si scorgeva dal finestrino: “Oh, lì è tutto uguale, solo stradine sterrate e autostrade che collegano paesini con nomi ridicoli, chi ci vorrebbe mai vivere…. Non hanno mai attraversato in macchina l’Indiana, o visto la luna piena dell’equinozio d’autunno in Kansas, altrimenti capirebbero perché Dio ha creato quegli Stati da sorvolare”.


Quella canzone arrivò al numero 1 della classifica country: quell’impresa gli era già riuscita in precedenza e gli sarebbe riuscita ancora numerose volte. Tuttavia, nella classifica generale, la ambitissima “Billboard Hot 100”, Aldean non poté competere più di tanto con i giganti del pop, e lì si fermò alla posizione numero 32.

Quest’anno la nuova “Try it in a small town” non pareva destinata ad avere nemmeno la metà di quel successo, finchè a metà luglio non è uscito il videoclip, dove le immagini di Aldean che canta in un tipico paese di provincia americano si alternano a quelle, prese dai telegiornali, di disordini e sommosse dei vari “Black Lives Matter”.

Apriti cielo: di punto in bianco la canzone è stata accusata di incitazione al linciaggio, con sfumature nemmeno troppo velatamente razziste. Qualcuno è persino andato a scovare il fatto che la location nella quale erano state filmate le immagini di Aldean che canta è il Maury County Courthouse di Columbia, un paesino del Tennessee, dove un adolescente di colore fu linciato nel 1927; in realtà è assai poco credibile che da parte di Aldean vi fosse l’intento di veicolare un qualche messaggio subliminale (che nessuno avrebbe mai colto), e del resto Maury County si trova appena fuori Nashville ed è una delle location più comode per chi, partendo da Music City, voglia girare un videoclip ambientato in un paesino di provincia. Tuttavia, quando si cerca la polemica, tutto fa brodo.


L’apice della controversia si è raggiunto quando Country Music Television (una specie di “MTV del Country”) ha eliminato il video di “Try it in a small town” dalla propria programmazione musicale a rotazione.

L’intento era, presumibilmente, quello di oscurarla e farla rapidamente scivolare nel dimenticatoio; e invece, una volta diramata la notizia, la canzone è improvvisamente divenuta uno dei più grandi successi del 2023. Questo, si badi, non nonostante, ma proprio grazie a quella maldestra “censura”. Per reagire alla quale in molti si sono messi a scaricare il brano da iTunes e da Amazon music, o a riprodurlo su Spotify. Una fruizione militante, quasi come se a quel punto la questione non fosse più la piacevolezza del brano, ma il fare un dispetto ai signori del politicamente corretto.

Nell’ultima settimana di luglio la canzone è entrata nella “Billboard Hot 100” - nella quale sino a quel momento non era pervenuta - direttamente in seconda posizione, per raggiungere poi il primo posto nella prima settimana di agosto.

Per la prima volta nella sua carriera Aldean si trovava in vetta alla classifica delle canzoni americane di tutti i generi. Ci è rimasto solo per due settimane, per poi scendere alla posizione 21 nell’ultima settimana di agosto e precipitare alla 45 nella prima di settembre: un successo tanto eclatante quanto effimero.

Ironia della sorte, a scalzare “Try that in a small town” dal vertice della classifica generale è stata un’altra canzone country divenuta improvvisamente celeberrima grazie al suo contenuto politico, ossia la chiacchieratissima “Rich Men North of Richmond” dello sconosciutissimo debuttante Oliver Anthony, sbucato dal nulla grazie a questa sua invettiva contro i politici che si fanno comprare dalle lobby e non si interessano della gente povera per aiutarla a campare decentemente, ma solo per tenerla sotto controllo.

Stavolta è bastato caricare il video su YouTube, il resto lo hanno fatto gli speaker delle talk radio conservatrici e gli influencer trumpiani, mentre le radio specializzate in musica country, tradizionalmente considerate veicolo essenziale e imprescindibile per il successo di una canzone nel genere, nemmeno la trasmettono, anche perché musicalmente il brano ha ben poco di radiofonico. In due settimane, le visualizzazioni hanno superato i 30 milioni, più di quante ne aveva totalizzate in un mese l'ultimo video di Taylor Swift; dopodiché il brano, scritto e cantato da un dilettante che sino a quel momento non era mai entrato in nessuna classifica, ha debuttato nella “Billboard Hot 100” direttamente al primo posto – scalzando, per l’appunto, quello di Aldean.

Improvvisamente mezza America stava cantando il lamento populista di Oliver Anthony - “living in a new world / with an old soul…”; e il primo dibattito fra gli i candidati alle primarie presidenziali del Partito Repubblicano si è aperto con una domanda al Governatore della Florida Ron DeSantis proprio sul significato politico del successo di quella canzone.

Anche stavolta il miracolo è durato solo due settimane. A metà settembre però la canzone è ancora alla posizione 11 della classifica, un successo mostruoso e senza precedenti per un artista così improvvisato, sprovvisto di contratto con una major, e del tutto sconosciuto fuori dalla sua contea dell’Appalachia fino a un mese fa.

Chissà, forse questa duplice vicenda di tormentoni estivi improvvisi ed effimeri lascia intravedere qualcosa – più che sulle tendenze della musica country, o della musica americana in genere - su come funzionano le cose nell’America iper-polarizzata che fra poco più di un anno tornerà alle urne per scegliere il suo Presidente.



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